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10 gennaio 2018

Chi cerca di attraversare il Brennero continua a morire: bloccato treno OBB a Trento

Da quando, tre anni fa, sono incominciati i controlli serrati delle tre polizie (italiana, tedesca e austriaca) lungo l'asse del Brennero, sono state fermate circa tremila persone senza documenti, seicento solo nel 2017. Visti i controlli al viso realizzati nelle stazioni di Verona e di Bolzano (in particolare impedendo a chiunque avesse o abbia la pelle nera di salire sui treni internazionali OBB Verona-Monaco), diversi immigrati hanno tentato e tentano modi sempre più rischiosi per aggirare la polizia, camminando lungo la ferrovia o nascondendosi sui treni merci. Per questo motivo sei persone sono morte finora, o schiacciate dai treni oppure, come è successo a un ragazzo due settimane fa, folgorate dall'alta tensione sopra i vagoni merci. Senza contare quelli quasi morti assiderati nel tentativo di passare il valico del Brennero a piedi. Al Brennero non hanno costruito la barriera, ma l'ombra assassina di quel confine si proietta su un territorio molto più ampio.

Per questo, venerdì 5 gennaio, a Trento, un gruppo di compagni ha bloccato l'OBB per Monaco delle 17,59. Interventi al megafono, fumogeni e uno striscione sui binari con scritto: “Al Brennero e altrove, di confini si muore”. A proposito dell'ampia zona grigia di collaborazione con la macchina del controllo e delle espulsioni, va segnalato che il macchinista, infastidito dalla protesta, ha più volte cercato di coprire gli interventi al megafono con il segnale del treno. “Ma come faceva certa gente negli anni Trenta a...?”. Faceva così.

“No more campo di Marco”: protesta dei richiedenti asilo a Rovereto

Mercoledì 3 gennaio, a Marco di Rovereto, un centinaio di richiedenti asilo ha bloccato, dall'alba fino a mezzogiorno, l'ingresso del campo agli operatori della Croce Rossa e del Cinformi (l'organizzazione che lo gestisce per conto della Provincia), agli altri lavoratori e volontari. Da più di un anno e mezzo, questi ragazzi, provenienti in gran parte dall'Africa, sono ammassati in 230 nei container in attesa che la Commissione decida del loro futuro. Si chiama “prima accoglienza”.  Benché vi siano molte ragioni specifiche per questa protesta (sovraffollamento, freddo, penuria di acqua calda nelle docce, epidemia di influenza, collette per acquistare un'antenna tv mai arrivata...), nei discorsi e nei cartelli non si chiedeva una migliore gestione del campo (terreno su cui giornali e istituzioni hanno voluto ricondurre il blocco-picchetto), ma di non vivere lì: “No more campo di Marco”.
L'assessore provinciale PD alle politiche sociali Luca Zeni è riuscito a dire che la protesta era “difficilmente comprensibile” e che chi è ospitato non può pretendere “confort”. Se lui, come tanti razzisti più o meno beceri o più o meno ipocriti, vivesse un solo giorno in quei container, comprenderebbe. Eccome se comprenderebbe. 

Che indicazione pratica trarre da quel “No more” è invece la domanda che ci poniamo in quanto nemici delle frontiere e dei campi. 

Resoconto dell'assemblea di Monza e prossimo appuntamento su Libia, frontiere, ENI...



Domenica 17 dicembre si è tenuto a Monza il terzo appuntamento dell'assemblea nata per impostare la solidarietà alle compagne e ai compagni indagati per la manifestazione al Brennero. Prima di tutto si è fatto un breve resoconto delle iniziative svolte il 12 dicembre per collegare la memoria della strage di piazza Fontana alle stragi compiute oggi dallo Stato italiano contro chi cerca di fuggire dalla Libia. Anche se si è trattato per lo più di piccole iniziative, il dato positivo è che si siano svolte contemporaneamente in una decina di città, quanto meno per rompere l'assordante silenzio su ciò che il governo italiano e l'ENI stanno facendo in Africa (tra l'altro l'assemblea si è svolta proprio in una stazione di servizio dell'ENI dismessa e occupata pochi giorni prima). All'intervento in Libia si aggiunge ora quello in Niger, ancora una volta con il pretesto della “lotta ai trafficanti di uomini”. Un intervento militare – deciso in fretta e furia prima che finisse la legislatura, a riprova degli interessi in ballo – dal nome assai emblematico: “operazione saracinesca”. Riaffermato il ruolo del capitalismo italiano in Libia, ora si punta ai paesi confinanti a sud, facendo dell'ex colonia una prigione a cielo aperto.
Si è poi cominciato a confrontarsi sull'idea di fare un'iniziativa articolata in più momenti contro l'ENI a Milano. Siccome non capita spesso che così tanti compagni e compagne di varie città si trovino per organizzare qualcosa insieme, e visto l'interesse che si continua a dimostrare sui temi proposti, c'è bisogno di capire con calma e bene dove e come muoversi.
L'ultima parte dell'assemblea è stata dedicata a un aggiornamento e a un confronto sulla lotta contro il TAP (opera che non c'entra solo con la guerra in generale, ma anche con gli interessi dell'ENI in particolare), vista la presenza di diversi compagni leccesi. L'invito è quello di organizzare nelle diverse città, oltre alle varie iniziative del caso, anche degli incontri sulla lotta in corso in Salento.  


Il prossimo appuntamento sarà sempre a Monza, al Boccaccio, domenica 28 gennaio alle ore 11,00.   

07 gennaio 2018

Guerra in Libia? Parliamo di logistica






Non siamo soliti pubblicare comunicati di sigle sindacali (neanche di base). Questa volta facciamo un'eccezione.

Primo perché il picchetto di cui si parla è stata un'esperienza piuttosto significativa, almeno per il Trentino. A colpirci non è stata solo la determinazione dei facchini nel tenere il picchetto, ma il grado di coscienza e di solidarietà che emergeva dalle discussioni.

Secondo, per i contenuti e per lo “stile”. Non capita spesso che un sindacato di base (o un qualsiasi altro gruppo “militante”) parli di un episodio di lotta in cui è stato coinvolto senza mai nominare se stesso, dando importanza alle scelte dei lavoratori e basta. E ancor meno spesso capita di leggere che, “a prescindere dai risultati sindacali”, “è stato giusto colpire” (tra l'altro colpire non è in questo caso un verbo retorico, perché il picchetto ha provocato effettivamente centinaia di migliaia di euro di danni alla controparte). È uno “stile” che ci piace, risultato di anni di lotta. Quanto ai contenuti, ci sembra molto importante il collegamento fra la politica che il capitalismo conduce in Libia e gli schiavi che vuole sfruttare qui, nella logistica e non solo. Quelli rinchiusi e torturati e quelli messi al lavoro sono spesso gli stessi proletari.

Se nelle lotte a venire diventasse esplicito ciò che oggi è implicito (che opporsi allo sfruttamento e opporsi alla guerra sono la stessa cosa), allora per i padroni, per le loro frontiere, i loro lager e le loro merci comincerebbero i danni seri.

BARTOLINI DI ROVERETO:
IL DISGELO CONTINUA A PARLARE AFRICANO!
Dopo alcuni incontri preparatori gli operai decidono di passare all’attacco e organizzano lo sciopero per mettere fine ad una situazione diventata insostenibile:
- Livelli di inquadramento da apprendistato, o poco più
- Istituti contrattuali defraudati del 40%
- Contratti precari che imperversano
- Indennità di malattia tagliata
In poche parole, anche alla BRT, e nonostante gli accordi sindacali stabiliti col SI.Cobas, il copione musicale non è cambiato di molto: dove ci sono le cooperative, dove la manodopera non è di madrelingua italiana e dove l’opposizione si riduce a formali accordi sindacali, imperversa la solita vecchia legge dei padroni, quella dello sfruttamento operaio!
Una lezione che gli operai della BRT di Rovereto, dopo averla imparata sulla propria pelle, hanno tradotto in azione conseguente: abbandonando l’infruttuosa strada degli accordi sindacali, utili alle aziende per imporre la pace sociale e, quindi alla propria libertà di trasformare il salario e i diritti acquisiti in «concessioni democratiche» (ma si sa: le concessioni non sono altro che le briciole che cadono dai loro tavoli miliardari).
Una lezione che si è tradotta in un «passare all’azione», senza cercare alcuna elemosina legata a qualche trattativa e raccogliendo il prezioso sostegno di diverse decine di compagni di Rovereto a cui va tutto il nostro plauso per la coerenza con cui hanno tradotto i loro principi di classe e di lotta all'ingiustizia del capitale.
Lo sciopero, con blocco totale dei mezzi inizia alle 17,30 del 21 dicembre è proseguito, in un clima gelido, fino alle 22,30. 
Un clima gelido contrastato però dal calore della lotta che qui, come nella maggioranza delle situazioni combattive che si sono avvicendate nell’ultimo decennio nella logistica italiana, parla lingue e dialetti provenienti da oltre i confini meridionali del Mediterraneo. Provenienti cioè dalla vituperata e devastata Africa, oggetto di scorribande occidentali di ogni tipo, teatro di guerre utili alle multinazionali sia per gli interessi diretti (basti pensare all’italianissima ENI, unica azienda a non aver abbandonato la Libia, anzi ad averne fatto base di partenza per proseguire sulla strada della ulteriore nuova spartizione imperialista dell’Africa) sia per quelli che ne derivano dall’enorme esercito di riserva che, provenendo esattamente da quel continente, si trova costretto a fornire nuova schiavitù nelle metropoli occidentali che dirigono le operazioni.
A ben pensarci, l’enorme danno creato dallo sciopero di stasera, è ben poca cosa rispetto al business internazionali che si consuma almeno due volte sulla pelle dei proletari africani.
A ben pensarci, a prescindere dai risultati sindacali che ne conseguiranno, È STATO GIUSTO COLPIRE!
Seguono news.

SINDACATO OPERAI IN LOTTA - COBAS
21 dicembre 2017


Sulla collaborazione del governo svizzero con la Libia





L’11 dicembre Amnesty International ha pubblicato il rapporto Libia: un oscuro intreccio di collusione, denunciando la complicità dei governi europei (e della Svizzera) con le torture e le violenze contro decine di migliaia di migranti e rifugiate/i detenute in Libia.
Nello specifico, nel testo di presentazione che accompagna la pubblicazione del rapporto, si legge che la Svizzera collabora attivamente con le autorità libiche, nello specifico nell’ambito del Processo di Khartoum1 e del Gruppo di contatto per il Mediterraneo centrale (GCMC)2, che raggruppano degli Stati africani ed europei, particolarmente toccati dalle migrazioni che attraversano il Mediterraneo. L’ultimo incontro del Gruppo di contatto si è svolto a metà novembre a Berna, su invito della Svizzera. La Svizzera inoltre ha messo 1 milione di franchi a disposizione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), destinati alla formazione all’equipaggiamento delle guardie costiere libiche.
Nella scheda informativa pubblicata in vista dell’ultimo incontro del Gruppo di contatto del Mediterraneo centrale, il Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia (DFGP) e la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM) scrivono infatti che la Dichiarazione di intenti di questo ente è:
  1. Potenziare l’attività della Guardia costiera libica
  2. Ampliare le capacità di protezione dei migranti in Libia
  3. Monitorare il confine meridionale libico.
Subito dopo la SEM ed il DFGP comunicano che grazie alle misure subito messe in campo dal GCMC dall’inizio dell’anno, ad esempio, sono state salvate dall’annegamento più di 14 000 persone grazie al soccorso in mare della guardia costiera libica.
Una settimana dopo la pubblicazione di queste parole, un video che forniva l’ennesima conferma delle atrocità commesse dalla Guardia costiera libica nel suo sporco lavoro di impedire ai/alle migranti di lasciare vivi/e la Libia ha fatto il giro del mondo. Le immagini sono agghiaccianti: l’equipaggio sull’imbarcazione delle guardie costiere libiche, non solo non presta soccorso a decine di migranti su un gommone che sta affondando, ma addirittura fa di tutto per impedire che molti di essi/e si salvino. In quell’occasione sono morte annegate oltre 50 persone, e altre 50 sono state riportate nei campi di prigionia in Libia su un’imbarcazione donata dal governo italiano alla guardia costiera libica. Ecco per quanto riguarda la formazione e l’aiuto tecnico dei paesi europei e della Svizzera alle guardie costiere libiche…
Anche Amnesty International afferma senza esitare che: “Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”
Alla fine del suo rapporto però, la sezione svizzera di Amnesty International scrive che la recente decisione della consigliera federale Simonetta Sommaruga di accettare 80 rifugiati/e “vulnerabili” in provenienza dalla Libia sul suolo svizzero è un “gesto umanitario importante”. Dichiarazioni del genere da parte del governo elvetico sembrano invece delle abili mosse di public relation per rafforzare la facciata di neutralità umanitaria della Svizzera e della sua consigliera federale socialista a capo del DFGP. Come dire: accogliamone 80 che tanto al lavoro sporco di lasciarli affogare, alle torture ed agli stupri ci pensano i libici… Ma questo non stupisce.
Ricordiamo che la SEM e la ministra Sommaruga stanno mettendo in atto il Piano Settoriale Asilo, ossia la costruzione di una ventina di nuovi campi federali per persone migranti e rifugiate in Svizzera, al fine di applicare più efficacemente la velocizzazione delle procedure d’asilo e delle espulsioni. Come nei centri di “accoglienza” e vari bunker ora in funzione, il contatto delle persone migranti con l’esterno sarà fortemente limitato e controllato, aumentando ulteriormente l’isolamento e la stigmatizzazione. L’accesso sarà riservato unicamente ai/alle dipendenti delle aziende che vi lavoreranno, come le aziende si sicurezza (ad esempio la Securitas) o di assistenza (ad esempio l’ORS o la Croce Rossa) e alla polizia. Unica eccezione, un insieme di associazioni umanitarie e caritatevoli selezionate denominata “Piattaforma società civile nei centri della Conferderazione per richiedenti l’asilo”, di cui fa parte anche Amnesty International, per una gestione “swiss made” e democratica della pace sociale all’interno di questi lager di stato.
Per concludere, ricordiamo che in seguito ad una chiamata per una mobilitazione contro il summit del GCMC svoltosi a Berna lo scorso mese di novembre, si erano svolte diverse azioni contro obbiettivi legati alla politica migratoria e alle frontiere.
Approfondimenti:




fonte: frecciaspezzata.noblogs.org

Libia – Regalata da Minniti alla Guardia Costiera Libica la motovedetta responsabile del massacro del 6 novembre

Il 6 novembre 2017 nelle acque internazionali l’equipaggio della Guardia Costiera Libica a bordo del Pattugliatore Classe Bigliani Ras Jadir 648 donato dall’Italia, hanno raggiunto un gommone di migranti, invece di calare scialuppe e gommoni di salvataggio si sono affiancati al gommone compremettendo ulteriormente il suo galleggiamento, senza lanciare salvagenti ma al contrario allontanando con lanci di oggetti i mezzi di salvataggio di un ong tedesca che voleva prestare soccorso ai migranti e picchiando con pugni e oggetti contundenti i migranti che volevano abbandonare la Ras Jadir 648. Il risultato di questo intervento è stato di più di 50 morti annegati, tra cui un bambino di due anni e mezzo, e una cinquantina di migranti presi come prigionieri sulla motovedetta ceduta dal governo italiano e portati nei campi di prigionia in Libia.
Video e altre informazioni sui fatti del 6 novembre 2017 a questo link: https://roundrobin.info/2017/11/libia-video-sul-massacro-del-6-novembre-sulle-responsabilita-della-guardia-costiera-libica/

Contributi e solidarietà.



Francia – Tentativo di evasione, rivolta e incendio nel CRA di Vincennes

Nella notte tra lunedì e martedì, otto persone hanno cercato di fuggire dal centro di detenzione amministrativa di Parigi-Vincennes (CRA). Intorno alle 3:45, hanno rotto una finestra della loro cella per fuggire ma sono stati subito catturati dalla polizia.
La situazione è degenerata quando i funzionari sono tornati per mettere due uomini in isolamento. Gli altri reclusi del centro hanno cominciato a protestare energicamente, e la situazione è diventata così tesa che sul posto sono stati chiamati altri poliziotti di rinforzo. La protesta è continuata, con una dozzina di stanze di una delle tre unità in cui è diviso il lager (che imprigiona 57 persone) date alle fiamme . Secondo lo staff del centro, i danni sono ingenti.
fonte: hurriya.noblogs.org