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20 febbraio 2018

Di lato e di fronte, su due serate in Trentino contro il fascioleghismo.

Venerdì 9 febbraio a Trento e domenica 11 febbraio a Rovereto ci sono stati due cortei non autorizzati, il primo contro la commemorazione delle “vittime delle foibe” organizzata da Casapound e il secondo contro il comizio elettorale di Salvini. Crediamo valga la pena di raccontarli un po' nel dettaglio.
Il corteo di Trento è stato pubblicizzato con qualche giorno di anticipo, non appena si è saputa la data della presenza di Casapound. La settimana prima si è tenuto in città un incontro pubblico contro la falsificazione storica operata dal Giorno del Ricordo (selettivo), mentre si è deciso di incentrare la manifestazione del 9 febbraio sull'oggi, sui campi di concentramento in Libia, sul ruolo del governo Gentiloni-Minniti e dell'Eni, nonché sul diffondersi dei gruppi fascisti e del rancore razzista. Prima i fatti di Macerata con le relative prese di posizioni politiche, e poi la notizia dell'arrivo di Salvini a Rovereto, ci hanno spinto a lanciare, il venerdì stesso, un appuntamento in piazza anche per la domenica, e a pensare i due cortei come conseguenti.
A Trento, davanti a Sociologia, ci troviamo in un centinaio. Le recenti aggressioni neofasciste e soprattutto la sparatoria del fascioleghista Traini rendono gli animi carichi di rabbia e di volontà di vendetta (“L'antifascismo non è una sfilata, Macerata va vendicata” è uno degli slogan). Il corteo autodifeso raggiunge la piazza poco distante dal punto in cui si radunano una ventina di militanti di Fratelli d'Italia e in seguito una cinquantina di Casapound. La zona è blindata dalla Celere e dai carabinieri in antisommossa. Gli interventi e gli slogan dei compagni proseguono fino a quando la commemorazione finisce e i fascisti se ne vanno. È piuttosto chiaro che tale contestazione lascerebbe a tutte e tutti un sentimento di frustrazione, per il fossato tra gli slogan di battaglia e la realtà immediata.
Si riparte in corteo, mentre i reparti antisommossa rimangono in piazza a presidiare il nulla. Nel percorso viene bersagliata con uova di vernice la sede di Fratelli d'Italia. Poi il corteo passa, in pieno centro, accanto ad un negozio (il Funky), il cui titolare (Nicola Paolini) è un nazi che aveva accoltellato qualche anno prima un ragazzo antifascista ad Arco. Qualcuno pratica a mazzate un foro nella vetrina antisfondamento e qualcun altro vi inserisce il tubo di un estintore che viene poi azionato, provocando ingenti danni al negozio di abbigliamento, l'indomani chiuso e svuotato. Scritte sui muri spiegano il perché dell'azione, che viene assunta dal corteo (e anche nei giorni dopo, quando escono pubblicamente le responsabilità di Paolini). Urge dare una risposta ai fascisti, a chi li legittima e protegge, al sistema di cui sono i servitori. In varie altre città gli inviti alla calma non vengono raccolti. 
Con questo spirito, nonostante il preavviso risicato, si lancia l'appuntamento a Rovereto: Macerata va vendicata. Che questo spirito non sia solo quello dei compagni in senso stretto, lo si comprende, lo si sente. E infatti anche domenica sera, senza manifesti né grandi proclami, ma con intenti chiaramente affermati, ci troviamo di nuovo in un centinaio, con una composizione che riflette abbastanza bene la rete di solidarietà che le lotte hanno costruito negli anni.
In piazza si arriva alle 20,00 già con scudi, caschi e bastoni. Uno dei due striscioni dice: “Traini soldato di Salvini. La bomba sociale siete voi, basta buonismo lo diciamo noi”. La Questura probabilmente non si aspetta una contestazione di un certo tipo, infatti la Celere è presente in forze più ridotte rispetto al venerdì (una quarantina di agenti invece del centinaio abbondante di due giorni prima). Rimedia schierando un blindato di traverso e un altro verso i manifestanti. Siamo in corso Rosmini, sul viale principale di Rovereto. Si comincia con un elegante gesto atletico: un compagno strappa di corsa una bandiera a un
gruppetto di leghisti e torna con passo molleggiato nel corteo; a strappare l'infame drappo ci pensa una signora magrebina di passaggio. Un gruppetto di contestatori si sposta verso l'ingresso secondario della sala, il cui portone viene chiuso dalla polizia, perché non riuscirebbe a garantire l'accesso ai leghisti. Quando, poco dopo le 21,00, si capisce che dal lato opposto del viale rispetto a dove c'è il corteo sta arrivando Salvini, partiamo provando a sfondare il cordone della Celere. La carica parte violenta, aiutata dal blindato che avanza a lato dei poliziotti e rende ancora più problematica la già difficile tenuta degli scudi-striscioni. Persi questi ultimi, i cordoni dei compagni non riescono più a reggere, quindi retrocedono. La carica della Celere viene fermata prima dal getto di un estintore e poi, creatasi la giusta distanza, dal lancio di bottiglie, sassi e un paio di bombe carta. Il corteo
retrocede compatto e si assesta qualche decina di metri dopo, mentre qualcuno manda in frantumi i finestrini di due auto dei carabinieri e della polizia in borghese. Qualcuno comincia a disselciare il porfido; la Celere indossa le maschere antigas. Compaiono due grandi scritte: “Macerata terrorismo fascista. Vendetta” e “Salvini mandante di Traini”. Dopo un'altra mezz'ora di interventi (la compagna al megafono è un vero e proprio martello!), il corteo riparte e, vergate un po' di scritte sui muri, si scioglie in un'altra parte della città. Qualcuno vorrebbe continuare, mentre per altri “va bene così: si è fatto quello che si è detto”. Il corteo si conclude.
Mentre il patetico questore di Trento, in un'intervista a tutta pagina su “L'Adige”, invita “l'opinione pubblica” a isolare gli anarchici, attaccando espressamente la gente che ha lottato con noi in questi anni, facciamo alcune considerazioni.
La nostra capacità di reggere il corpo a corpo con la Celere è quella che è, ma domenica bisognava provarci con tutto il cuore. In tanti ci hanno detto che dietro le prime file non si sono mai sentiti in pericolo, e li ringraziamo per essere scesi in strada nonostante la paura (che non era la loro soltanto, perché gli eroi sono roba da film) e di essere rimasti fino alla fine. A chi pontifica da lontano dicendo che “non sono questi i metodi”, rispondiamo: “Trovatele voi le forme di protesta che vi soddisfano, ma fatelo; perché quando il razzismo apre il fuoco, ogni silenzio, ogni rinvio a una non meglio precisata “cultura” (che poi molto spesso è pura e semplice ignavia) è complicità”. Altri, che in strada c'erano, hanno
fatto notare che sarebbe stata una buona tattica quella di aspettare con un piccolo gruppo l'arrivo di Salvini anche oltre il cordone della Celere, di modo che un altro punto di contestazione facesse dividere la polizia. Con più tempo a disposizione e un altro po' di gente, avremmo potuto farlo. Magari alla prossima occasione...
Le posizioni razziste stanno dilagando nel sociale e i gruppi neofascisti ovviamente ne approfittano. La sinistra (anche “di movimento”) ha cercato in tutti i modi di disarmare le risposte di piazza alle aggressioni squadriste e alla tentata strage di Macerata. In vari, invece e per fortuna, hanno fatto l'esatto contrario: soffiare sulla rabbia.
Più si aspetta e più l'antifascismo democratico (di fatto complice con il razzismo di Stato targato PD) guadagnerà terreno. E poi... solo i morti viventi fanno calcoli quando la “linea di condotta” dovrebbe dettarla la rabbia.
Quando si vuole battersi, i mezzi si trovano. 
Se il fascioleghismo non si può sconfiggere solo nelle piazze (dove è ben protetto), ricominciare a disselciare la pacificazione sociale è
comunque fondamentale anche per tutto il resto. 
Più lo si fa, più si impara a farlo.

Compagne e compagni dal Trentino

24 gennaio 2018

Rompiamo il silenzio, incontro allo spazio anarchico "El tavan"


Contributi alla lotta contro le frontiere


Riceviamo e diffondiamo:

Lipsia, Germania – Attacco contro l’ufficio stranieri contro il razzismo strutturale e le prigioni per migranti in Libia

Lipsia (Leipzig), 18 dicembre 2017
Per l’odierna ‚giornata internazionale contro la guerra ax profughx‘ abbiamo attaccato l’ufficio stranieri a Lipsia come simbolo per il razzismo strutturale contro migranti. Abbiamo abbellito la facciata e lasciato alcune ammaccature ai vetri.
La Libia serve da usciera all’EU. Con degli accordi bilaterali il regime in loco ha ottenuto delle donazioni per impedire la migrazione verso l’Europa: cifre cospicue, materiali e contratti per la formazione della polizia e dei militari in scambio allo spostamento di fatto nel Nordafrica dei confini esterni europei. La schiavizzazione, lo stupro, la tortura, la tratta degli schiavi e gli assassinii, per esempio da parte della guardia costiera libica, sono tacitamente approvati e in parte attivamente sostenuti.
Attenendoci a una dichiarazione della Black Community Deutschland (Berlino, 25 novembre 2017) vogliamo affermare ed esigere:
-Condanniamo con il massimo rigore la schiavizzazione, lo stupro, l’omicidio, la tortura, la tratta degli schiavi e l’imprigionamento di migranti.
-Visto che agiscono su ordine dell’EU che nel quadro della propria politica razzista d’isolamento paga milioni ai governi e alle milizie nordafricane affinché impediscano ax profughx africanx di venire in Europa, gli Stati NATO ed EU come la repubblica federale tedesca, la Francia, l’Italia e l’Inghilterra sono causa e complici della schiavizzazione delle persone in Libia.
-Chiediamo l’eliminazione dei meccanismi razzisti di isolamento e d’intimidazione contro lx profughx e migranti sia a livello EU (come Frontex, l’accordo di Dublino, ecc.) sia nei rispettivi paesi EU.
-Qui si deve sottolineare che ogni forma attuale di schiavizzazione di gente di colore ricordano che la supremazia bianca ed egemonia occidentale si basa sul genocidio, sulla deportazione e schiavizzazione e sulle strutture coloniali e che i paesi occidentali non hanno ancora rivisto criticamente questa storia criminale. Ecco perché incitiamo i paesi occidentali ad assumersi la responsabilità del riconoscimento dei propri crimini contro la gente di colore africana e di tutto il mondo e del pagamento delle riparazioni e di risarcimento.
-Ci dichiariamo solidali con il miglioramento, l’intensificazione e l’accelerazione della lotta di liberazione totale e completa dell’Africa. Che deve succedere ad ogni livello: politico, economico, militare, istituzionale, culturale, scientifico, tecnologico, religioso, spirituale, ecc. Per questo dobbiamo uscire subito dai trattati, dalle strutture ed istituzioni bilaterali che ci mantengono prigionierx e ci consegnano irrimediabilmente ai nostri sfruttatori, schiavisti, stupratori ed oppressori.
La dichiarazione l’abbiamo in parte leggermente cambiata ed accorciata in alcune parti.
Originale: http://thevoiceforum.org/node/4420
Freedom of Movement!
Francia – La lotta contro la macchina delle espulsioni a processo
Mercoledì 31 gennaio 2018 alle 13.30, sette compagni andranno a processo a Parigi alla sedicesima camera del tribunale penale. Due sono accusati di aver “volontariamente rovinato o deteriorato dei locali della società Air France”. Un altro è accusato di “aver volontariamente rovinato o deteriorato dei locali della SNCF e della Bouygues Telecom”, e tutti sono accusati di aver rifiutato di consegnare il loro DNA e i loro dati (e quattro di loro sono in processo solo per questo).
Queste brevi ostili visite di una trentina di sconosciuti presso i locali dell’Air France alla Bastiglia poi quelli della SNCF a Jourdain sono avvenute in pieno giorno, il 17 marzo 2010, qualche ora dopo la condanna di 16 sans papiers ad alcuni anni di prigione per l’incendio del centro di detenzione a Vincennes. Queste azioni fanno parte di una lotta più ampia, quella contro la macchina che seleziona, reclude ed espelle gli indesiderabili, accompagnate in questi anni da ondate di sabotaggi contro una parte dei suoi numerosi ingranaggi. Poco meno di otto anni dopo i fatti gestiti dalla 36° sezione anti-terroristica di Quai de Orfevres, lo Stato non dimentica, e va bene, perché neanche noi!
La SNCF è ancora una zelante aiutante del Ministero dell’Interno a Ventimiglia come altrove, e la Bouygues si continua ad arricchire sull’isolamento e la reclusione; Air France continua la sua collaborazione con le deportazioni forzate e a volte assassine (l’ultimo morto è stato un algerino di 34 anni espulso sul volo Air France Copenaghen-Parigi lo scorso 22 novembre), gli indesiderabili “sans papiers” o “rifugiati” vengono ancora braccati, picchiati, umiliati ed espulsi tutti i giorni sotto i nostri occhi nelle strade di Parigi come a Calais, e il Mediterraneo è sempre pieno di cadaveri la cui colpa è quella di non avere un pezzo di carta.
Inoltre, lo Stato si prepara sin da ora a espellere in massa molti di coloro che grazie al proprio coraggio e determinazione negli ultimi anni sono riusciti a passare tra le maglie della rete. Il disegno di legge sull’immigrazione che verrà esaminato a partire da aprile, prevede il raddoppiamento del periodo di detenzione fino a 105 giorni (in caso di rifiuto dell’espulsione) grazie alla costruzione di 400 posti in più nei centri di detenzione per gli stranieri senza documenti (CRA) o fino a 24 ore di “detenzione amministrativa” in caso di controllo per strada o sui mezzi di trasporto per i possessori di una carta di soggiorno. Già dal 12 dicembre la circolare Collomb aveva dato il via alla creazione di una squadra mobile specializzata nello smistamento dei rifugiati all’interno delle strutture ricettive, aumentando la frequenza di voli speciali privati e charter per sostenere l’Air France.
Perché oltre le sette nuove persone che lo Stato ha deciso di rimandare faticosamente in tribunale dopo anni di istruttoria (altri tre sono già stati condannati nel giugno 2017 a 4 mesi con la sospensiva per “concorso in devastazione” in un’altra sezione delle indagini) è un’intera lotta a essere messa sotto processo: quella contro la macchina delle espulsioni che, dal 2006 al 2011, ha colpito centinaia di obbiettivi in modi diversi, dal fuoco al martello, il sabotaggio con l’acido o con la colla, senza contare le passeggiate selvagge, gli attacchinaggi, la distribuzione di volantini e altre iniziative in strada. Una lotta senza soggetto o centro politico, che propone a tutti l’auto-organizzazione senza mediazione e l’azione diretta e diffusa partendo da un punto specifico di conflittualità, una lotta in nome della “libertà per tutte e tutti, con o senza documenti”!
Quindi è anche questo modo di lottare e auto-organizzarsi nell’ambito della guerra sociale che verrà giudicato, un modo senza partiti o sindacati in cui ci mettiamo in gioco in prima persona per agire direttamente contro tutto ciò che ci opprime, dai confini alla detenzione, dal controllo sociale alle guerre tecnologiche, dallo sfruttamento a tutte le forme di controllo, un modo che oggi è importante più che mai per porre fine al vecchio mondo dell’autorità.
Nemici di tutte le frontiere

Stragi di stato, tratto da Comunella fastidiosa.noblogs


Tratto dal blog: Comunella Fastidiosa

In vista delle udienze di appello per gli arrestati durante la manifestazione del Brennero del 7 maggio 2016, invece di seguirne le scadenze con presenze davanti al tribunale di Bolzano, da un’assemblea allo spazio anarchico El Tavan di Trento si è deciso di proporre una giornata di iniziative nelle varie città per il 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana. Le stragi di Stato continuano: il Mediterraneo è un gigantesco cimitero.
 
L’idea è quella di intrecciare la solidarietà a imputati e indagati con la ripresa di un percorso contro le frontiere e il sistema che le impone e le protegge. In particolare, di ricordare quanto sta accedendo al largo delle coste e nel territorio della Libia, sulla natura assassina della politica del governo italiano e sul ruolo dell’ENI.
 
A Lecce, come contributo a quella giornata, è stato diffuso un manifesto durante il corteo No Tap dell’8 dicembre. Anche perché ENI, attraverso SAIPEM, è coinvolta nella realizzazione di una parte del gasdotto TAP.





10 gennaio 2018

Chi cerca di attraversare il Brennero continua a morire: bloccato treno OBB a Trento

Da quando, tre anni fa, sono incominciati i controlli serrati delle tre polizie (italiana, tedesca e austriaca) lungo l'asse del Brennero, sono state fermate circa tremila persone senza documenti, seicento solo nel 2017. Visti i controlli al viso realizzati nelle stazioni di Verona e di Bolzano (in particolare impedendo a chiunque avesse o abbia la pelle nera di salire sui treni internazionali OBB Verona-Monaco), diversi immigrati hanno tentato e tentano modi sempre più rischiosi per aggirare la polizia, camminando lungo la ferrovia o nascondendosi sui treni merci. Per questo motivo sei persone sono morte finora, o schiacciate dai treni oppure, come è successo a un ragazzo due settimane fa, folgorate dall'alta tensione sopra i vagoni merci. Senza contare quelli quasi morti assiderati nel tentativo di passare il valico del Brennero a piedi. Al Brennero non hanno costruito la barriera, ma l'ombra assassina di quel confine si proietta su un territorio molto più ampio.

Per questo, venerdì 5 gennaio, a Trento, un gruppo di compagni ha bloccato l'OBB per Monaco delle 17,59. Interventi al megafono, fumogeni e uno striscione sui binari con scritto: “Al Brennero e altrove, di confini si muore”. A proposito dell'ampia zona grigia di collaborazione con la macchina del controllo e delle espulsioni, va segnalato che il macchinista, infastidito dalla protesta, ha più volte cercato di coprire gli interventi al megafono con il segnale del treno. “Ma come faceva certa gente negli anni Trenta a...?”. Faceva così.

“No more campo di Marco”: protesta dei richiedenti asilo a Rovereto

Mercoledì 3 gennaio, a Marco di Rovereto, un centinaio di richiedenti asilo ha bloccato, dall'alba fino a mezzogiorno, l'ingresso del campo agli operatori della Croce Rossa e del Cinformi (l'organizzazione che lo gestisce per conto della Provincia), agli altri lavoratori e volontari. Da più di un anno e mezzo, questi ragazzi, provenienti in gran parte dall'Africa, sono ammassati in 230 nei container in attesa che la Commissione decida del loro futuro. Si chiama “prima accoglienza”.  Benché vi siano molte ragioni specifiche per questa protesta (sovraffollamento, freddo, penuria di acqua calda nelle docce, epidemia di influenza, collette per acquistare un'antenna tv mai arrivata...), nei discorsi e nei cartelli non si chiedeva una migliore gestione del campo (terreno su cui giornali e istituzioni hanno voluto ricondurre il blocco-picchetto), ma di non vivere lì: “No more campo di Marco”.
L'assessore provinciale PD alle politiche sociali Luca Zeni è riuscito a dire che la protesta era “difficilmente comprensibile” e che chi è ospitato non può pretendere “confort”. Se lui, come tanti razzisti più o meno beceri o più o meno ipocriti, vivesse un solo giorno in quei container, comprenderebbe. Eccome se comprenderebbe. 

Che indicazione pratica trarre da quel “No more” è invece la domanda che ci poniamo in quanto nemici delle frontiere e dei campi. 

Resoconto dell'assemblea di Monza e prossimo appuntamento su Libia, frontiere, ENI...



Domenica 17 dicembre si è tenuto a Monza il terzo appuntamento dell'assemblea nata per impostare la solidarietà alle compagne e ai compagni indagati per la manifestazione al Brennero. Prima di tutto si è fatto un breve resoconto delle iniziative svolte il 12 dicembre per collegare la memoria della strage di piazza Fontana alle stragi compiute oggi dallo Stato italiano contro chi cerca di fuggire dalla Libia. Anche se si è trattato per lo più di piccole iniziative, il dato positivo è che si siano svolte contemporaneamente in una decina di città, quanto meno per rompere l'assordante silenzio su ciò che il governo italiano e l'ENI stanno facendo in Africa (tra l'altro l'assemblea si è svolta proprio in una stazione di servizio dell'ENI dismessa e occupata pochi giorni prima). All'intervento in Libia si aggiunge ora quello in Niger, ancora una volta con il pretesto della “lotta ai trafficanti di uomini”. Un intervento militare – deciso in fretta e furia prima che finisse la legislatura, a riprova degli interessi in ballo – dal nome assai emblematico: “operazione saracinesca”. Riaffermato il ruolo del capitalismo italiano in Libia, ora si punta ai paesi confinanti a sud, facendo dell'ex colonia una prigione a cielo aperto.
Si è poi cominciato a confrontarsi sull'idea di fare un'iniziativa articolata in più momenti contro l'ENI a Milano. Siccome non capita spesso che così tanti compagni e compagne di varie città si trovino per organizzare qualcosa insieme, e visto l'interesse che si continua a dimostrare sui temi proposti, c'è bisogno di capire con calma e bene dove e come muoversi.
L'ultima parte dell'assemblea è stata dedicata a un aggiornamento e a un confronto sulla lotta contro il TAP (opera che non c'entra solo con la guerra in generale, ma anche con gli interessi dell'ENI in particolare), vista la presenza di diversi compagni leccesi. L'invito è quello di organizzare nelle diverse città, oltre alle varie iniziative del caso, anche degli incontri sulla lotta in corso in Salento.  


Il prossimo appuntamento sarà sempre a Monza, al Boccaccio, domenica 28 gennaio alle ore 11,00.