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08 dicembre 2016

Trento: blocco ferroviario contro il razzismo di Stato


Il 6 dicembre, alla stazione di Trento, un nutrito gruppo di compagni ha bloccato il treno per il Brennero delle 18:54. 
Fumogeni, volantini, interventi al megafono e uno striscione su cui era scritto: “Non scordiamo i profughi uccisi dai treni e dal razzismo di Stato”.
Nelle ultime settimane fra Trentino, Sudtirolo e Tirolo sono stati ben quattro gli immigrati morti schiacciati dai treni nel tentativo di raggiungere la Germania o di sottrarsi agli asfissianti controlli di polizia nelle stazioni (soprattutto di Verona e Bolzano). Secondo i dati ufficiali, soltanto nel 2015 sono stati 180 gli immigrati fermati dalla polizia tedesca a bordo (o addirittura agganciati sotto) treni merci provenienti da Austria e Italia. Questi viaggi di fortuna, che a volte si concludono in tragedia, dimostrano una cosa sola: il terrore dei controlli (e delle retate) della polizia.
Il blocco ferroviario è avvenuto durante la fiaccolata in città dal titolo “Il Trentino accoglie”, un’iniziativa promossa da un arco di soggetti e sigle che andava dalle cooperative ai sindacati, dai “disobbedienti” a radio e tv, dai partiti del centrosinistra ai dirigenti di Confindustria.
Dopo gli attacchi razzisti di Soraga e di Lavarone (dove qualcuno ha cercato di incendiare delle strutture adibite per i profughi), la cosiddetta società civile ha voluto ribadire che “Il Trentino accoglie”.
C’è da scommettere che chi si lega a un treno merci per sfuggire alla polizia abbia un’idea diversa di questa bella “accoglienza”.
Era il caso di ribadirlo.

29 novembre 2016

Saronno, 16/17/18 Dicembre Abbattere le frontiere, tre giorni di discussioni e iniziative sul territorio




Pubblichiamo qui di seguito due testi scritti come contributo e spunto per le discussioni su deportazioni e seconda accoglienzaa (qui la versione stampabile dei testi, qui quella del manifesto)

DEPORTAZIONI

Dalle frontiere ai CIE, i vari Stati europei mettono in campo nuove forme di spostamento e controllo delle persone che vogliono ridurre a merce-migrante.
Da un lato le espulsioni e i rimpatri, frutto di oculati accordi politici ed economici tra Stati, dall’altro il continuo e ripetuto spostamento dai territori di frontiera, verso i vari centri hotspot del sud Italia, ulteriore luogo di differenziazione e smistamento di chi viaggia senza passaporto.
Possiamo quindi osservare lo stabilizzarsi di un sistema che agisce sul controllo dei flussi migratori, trattando questi individui come oggetti che vengono ammassati in luoghi di confine, catalogati e filtrati a seconda della domanda e dell’offerta del Capitale: migrante economico o semplice profugo, funzionale o non funzionale, possibile schiavo di riserva o semplice merce avariata da rispedire al mittente. Avvenuta questa prima classificazione, i selezionati vengono quindi ridistribuiti chi nel circuito dell’accoglienza, chi in quello dell’espulsione.
Di questa seconda categoria una parte consistente viene rilasciata sul territorio statale con decreto d’espulsione alla mano, in attesa di un nuovo possibile utilizzo che sarà senz’altro agevolato dall’estrema ricattabilità che queste persone subiscono all’interno di questo loop di respingimento (in frontiera) e internamento (negli hotspot).
È necessario leggere questo fenomeno come un’applicazione su scala umana dei rimodellamenti strategici del sistema capitalista, al fine di distruggerlo.
Molte sono le analogie riscontrate tra lo spostamento delle merci e quello della gente.
Aziende come Frontex (ora Guardia Costiera e di Frontiera Europea), con la complicità di Polizia e CRI, seguono e monitorano il flusso delle persone migranti sin dal loro arrivo dalle coste del nord Africa o dal medio Oriente: dal loro accompagnamento forzato nei centri, alla loro identificazione, al prelievo delle impronte digitali, al tracciamento di chi emigra nell’UE tramite la subdola pratica della relocation, al rimpatrio di rifugiati politici in stati terzi non sicuri.
Ogni impronta digitale estorta in questo processo di oggettificazione dei corpi è inserita in Eurodac, database europeo con base in Lussemburgo, dove vengono stoccate tutte le impronte delle persone migranti identificate all’interno o lungo le frontiere degli stati appartenenti all’UE. Il tutto viene presentato come norma di prevenzione al pericolo: la libertà di movimento di chi vive la clandestinità è pericolosa, il fatto che possa richiedere asilo in più paesi è pericoloso.
Nei progetti gestionali di questo nuovo capitale umane, nella sempre più serrata applicazione di questa logistica dei corpi, rientra anche la tecnologia RFID, cioè l’assegnazione ad ogni persona migrante di un badge con microchip che faciliti la localizzazione, e quindi il monitoraggio degli spostamenti e l’identificazione rapida.
Questo sistema gestionale rimanda, neanche troppo lontanamente, a quello usato per la classificazione degli internati nei campi di concentramento della Germania nazista, sistema che a suo tempo fu sviluppato da IBM.
Questo tipo di tecnologia, sviluppato inizialmente in ambito militare durante la seconda guerra mondiale, oggi lo si ritrova applicato ad ogni forma di logistica commerciale, dallo stoccaggio allo spostamento dei prodotti, agli antitaccheggio, ai sistemi di pagamento, fino ad arrivare ad utilizzi civili tra i quali sistemi bibliotecari, registri nelle scuole, tessere sanitarie etc.
L’analogia fra uomini e merci, sempre più evidente, si riflette quindi su vari aspetti, da quelli più propriamente materiali e logistici, ad altri che potremmo definire linguistici o immaginifici.
La collaborazione tra Stato ed enti privati offre un immaginario più tollerabile ed edulcorato di quella che altrimenti sarebbe una pratica militare, attraverso la quale emergerebbe agli occhi di tutti la natura disumanizzante e coercitiva dell’apparato statale. Quale sarebbe il clima percepito nel vedere queste persone caricate e trasportate su mezzi dell’Esercito, piuttosto che a bordo di anonimi pullman (Rampinini) di aziende ben integrate nella cosiddetta società civile?
Di più. Offrire appalti ad agenzie private muove capitali e crea lavoro, rinsalda la connivenza tra Stato e padroni, che inseriti in questa dinamica di sfruttamento, si rafforzano e legittimano reciprocamente.
Grazie a questo approccio si costruisce ed utilizza un linguaggio che parla di spostamento invece che di deportazione. Distorce la percezione del reale, avvalora la rappresentazione di uno Stato capace di risolvere delle emergenze, distogliendo l’attenzione dal processo di frammentazione sociale che mette in atto.
Non ci sembra così lontano dal meccanismo per il quale termini come flessibilità sostituiscono parole come sfruttamento.
Altri attori di questa strategia di ricostruzione linguistica e immaginifica, sono tanto i classici media, quanto associazioni come Caritas e CRI.
Viene così costruita una narrazione dove i migranti risultano essere individui privilegiati, anteposti ai cittadini italiani. Tutta questa propaganda razzista, atta a fomentare la guerra tra poveri, è spinta dai media e dalla stampa ma con l’appoggio diretto e complice delle sopracitate associazioni. Dietro alla loro maschera bonaria e caritatevole si nasconde l’ennesimo tentativo di controllo e gestione. Divulgando strumentalmente i dati sulla quantità dei soggetti accolti e ospitati nei vari centri, dei pasti serviti, e l’aumento di cittadini italiani che richiedono aiuto rispetto a chi non lo è, aiutano a creare quel clima d’emergenza che porta odio e tensioni, distogliendo l’attenzione da chi di odio e tensioni si serve per meglio controllare lo stato attuale delle cose.
A fronte di queste riflessioni, sicuramente parziali, vogliamo interrogarci sulla possibilità di inceppare questi meccanismi e rendere evidenti la miseria della mercificazione dell’essere umano quanto la brutalità del suo controllo.

SECONDA ACCOGLIENZA

Nei mesi scorsi ci siamo trovati ad affrontare discorsi ed esperienze che riguardano il sistema della seconda accoglienza e il rapporto instaurabile con le persone inserite in queste strutture. Sono nati interrogativi molto ampi e spesso scivolosi, considerando la visione nostra del mondo che ci circonda.
Il primo luogo che un migrante conosce, appena arriva in Italia, è l’hotspot. Attualmente ne sono attivi 5 : Trapani, Pozzallo, Lampedusa, Porto Empedocle e Taranto.
La loro funzione è quella di raccolta dati quantitativa e qualitativa sulle persone migranti ed il loro smistamento nei centri sparsi per il territorio.
L’hotspot, tappa forzata e necessaria al controllo del flusso migratorio, assume una funzione analoga a quella di un centro logistico.
L’intero sistema è basato su requisiti specifici, paese di provenienza e accordi internazionali, che le persone devono avere per accedere all’iter che dovrebbe concedere la permanenza sul suolo italiano. L’attesa, in condizione semi-detentiva, può durare anche anni e le persone attendono una decisione arbitraria che viene presa sulla base di convenienze economiche e politiche.
La carta è solo carta? Certo. Ma è possibile per chiunque prescindere dall’avere un documento in un simile sistema?
Ci siamo chiesti se sia possibile fare in modo che nei nostri territori ci siano le condizioni per permettere alle persone di sfuggire al sistema dell’accoglienza, e decidere di fare a meno di un pezzo di carta.
Nei centri di seconda accoglienza (CAS, SPRAR e CARA), quasi sempre situati in luoghi isolati e controllati da telecamere, gli “ospiti” sono obbligati a rispettare degli orari di uscita e di rientro; non hanno possibilità di svolgere alcuna attività se non ricreativa all’interno del centro; l’insegnamento della lingua, quando previsto, è approssimativo e privato di ogni interazione con l’esterno, volto quindi al mantenimento dell’isolamento. La fornitura di cibo è spesso scadente e vissuta in maniera passiva; viene trascurato l’aspetto igienico delle strutture, all’interno delle quali non vengono comunicate nemmeno informazioni di carattere generale (per esempio come fare in caso di bisogno di cure mediche).
In sostanza le persone si trovano come pesci in un acquario, succubi di un processo di infantilizzazione: vengono trattate come incapaci di prendere decisioni e autodeterminarsi.
Di conseguenza le proteste messe in atto riguardano rivendicazioni più o meno parziali, come la qualità del cibo o l’accelerazione della burocrazia per l’ottenimento del permesso di soggiorno.
Ci chiediamo se e come è utile sostenerle. Ci troviamo di fronte ad un bivio che presuppone visioni differenti.
Quali sono i limiti nel sostenere delle proteste parziali? Considerando anche la possibilità (e il rischio) di doversi relazionare con le istituzioni.
Possono essere un punto di partenza utile per instaurare delle relazioni, oppure solo un approccio scivoloso che rischia di presentarci per quello che non siamo, legittimando l’esistenza di questi spazi. Non crediamo nell’istanza della “buona accoglienza”, ma ci rendiamo conto dell’empatia che si può provare nei confronti di persone che vivono in simili condizioni.
Se l’obiettivo è la distruzione del sistema accoglienza, come si possono fare i conti con le condizioni effettive in cui vivono i migranti nei centri?
C’è da considerare inoltre il ricatto interno ed esterno. Da parte dei gestori è la minaccia di esclusione dal sistema sulla base di comportamenti non graditi. Da fuori, complici i media, la costruzione di una narrazione per cui i migranti diventano individui privilegiati in una guerra tra poveri e devono sentirsi grati e fortunati, delegittimando così a priori una qualsiasi possibilità di protesta.
Per fare un’analogia consideriamo il carcere: un luogo da distruggere, all’interno del quale i detenuti mettono in atto proteste per migliorare le loro condizioni, ma noi ci sentiamo ugualmente di sostenerle da fuori. Il discorso è equiparabile?
Visto il paragone e i nodi da sciogliere, ci siamo interrogati sulla possibilità che la centralità delle pratiche fosse il nodo cruciale della questione.
Ma è sufficiente non perdere di vista l’obiettivo?



11 novembre 2016

Testo di un manifesto affisso in Val di Fassa

A proposito del tentato incendio a Soraga



Sarà il caso che chi continua a considerare il Trentino una sorta di “isola felice” cambi in fretta parere. Tra le dichiarazioni ufficiali ‒ rassicuranti e ipocrite insieme ‒ e ciò che ribolle nella società c'è un profondo scarto, soprattutto nelle valli.
Se il tentato incendio di un hotel a Soraga contro l'arrivo di una trentina di immigrati è per il momento un'azione isolata, sarebbe da incoscienti non notare che essa raggruma sentimenti ben presenti in una parte della popolazione. Spesso ciò che trattiene dal mettere in pratica chiacchiere e propositi razzisti da bar non è un residuo di scrupolo morale, bensì la vigliaccheria e l'incapacità di organizzarsi. Basta allora che dei gruppi fascisti o leghisti sappiano soffiare abilmente sul fuoco perché il crescente rancore sociale si indirizzi verso il capro espiatorio di turno: lo straniero povero. 


La Val di Fassa, soprattutto fra Predazzo e Canazei, è una delle zone più ricche d'Europa. La monocultura del turismo ha corrotto non solo l'ambiente, ma anche gli animi. Sono migliaia e migliaia i “foresti” che affollano alberghi, negozi e piste da sci. Foresti abbronzati, con gli occhiali da sole e, soprattutto, con i portafogli gonfi. Mica straccioni che arrivano dall'Africa, dall'Afghanistan o dalla Siria, i cui volti ci ricordano qualcosa che i nostri nonni conoscevano molto bene e che noi non vogliamo più vedere: la povertà. Ecco ciò che politici e opinionisti vari non diranno mai, e cioè che il razzismo sgorga dal sentimento della merce, della proprietà, del denaro. Incapaci di cogliere le cause per cui milioni di esseri umani sono sradicati dalle loro terre; incapaci di difendere le proprie terre dalla vera “invasione”: quella del cemento e di una vita comoda e privatizzata, è molto più confortevole pensare che il Nemico venga da lontano e parli una lingua diversa.
Ciò che si vende al turista, e che il turista compra, è una bellezza naturale di cui non abbiamo alcun merito e che non abbiamo fatto nulla per preservare. Ben poco di cui andare orgogliosi.
Non illudiamoci di essere una “comunità”. A tenerci insieme sono soltanto chiacchiere e affari, il conformismo e la paura che cali anche solo un po' il nostro reddito.


A differenza di politici, giornalisti e preti, noi non siamo contro la “violenza”. Quello che ci disgusta è che a farne le spese non sia chi specula sulle nostre vite e sulle nostre paure, bensì gli ultimi fra gli ultimi. Non basta riempire una tanica di benzina per diventare “coraggiosi”. Non c'è nulla di più vigliacco che prendersela con chi ha ancora la guerra e la morte negli occhi (e che non ha certo scelto di finire in Val di Fassa). Anzi, qualcosa di più vigliacco c'è: approvare simili gesti in silenzio o nel chiuso di un bar.


abbattere le frontiere

06 novembre 2016

Volantino distribuito, il 2 novembre, all'interno della facoltà di Sociologia di Trento in occasione del corso sulla cosiddetta accoglienza ai profughi.

Quando finiscono crediti e applausi

Karl Kraus scriveva che il nazismo è la frase fatta in azione, la chiacchiera da
bar o da autobus che si organizza. È quello che è accaduto in un piccolo paese
del ferrarese, dove dodici donne immigrate sono apparse come il nemico da
fermare; è quello che è accaduto qualche giorno fa a Soraga, in Val di Fassa,
dove per impedire l'arrivo di una trentina di immigrati qualcuno è ricorso
all'incendio di un hotel. Episodi simili si vanno diffondendo in Italia e in Europa.
Mentre i padroni impongono misure economiche e politiche ogni giorno più
draconiane senza incontrare alcuna resistenza, il crescente rancore sociale si
indirizza verso gli stranieri poveri, capro espiatorio del malessere collettivo.
Mentre si continua a sostenere che la storia sia maestra di vita, tanti nostri
contemporanei abboccano allo stesso amo avvelenato.
L'organizzazione di corsi per formare studenti al volontariato nella cosiddetta
accoglienza dei profughi sembrerebbe andare in direzione contraria.
Ma è davvero così?
Filo spinato, campi di concentramento, retate della polizia, “centri di
accoglienza” sono in realtà elementi complementari per selezionare
manodopera ricattabile e a basso prezzo. A questo serve l'ipocrita distinzione
tra “profughi” e “migranti economici”: a scegliere quale materia umana integrare
nelle maglie dello sfruttamento e quale respingere come merce avariata. Non
solo sui profughi si è costruito un gigantesco affare, ma si usa la loro presenza
per abbassare ulteriormente le condizioni di lavoro. Anzi, per imporre la
mentalità secondo la quale essere pagati per lavorare è già un privilegio. Ecco
allora i profughi mandati a raccogliere gratis la merda dei piccioni per le strade
di Rovereto. Ecco i tirocini gratuiti presso le aziende a cui abituare gli studenti
medi. Ed ecco, nel caso di SuXr, il mercanteggio fra crediti universitari e 100
ore di volontariato nella cosiddetta accoglienza. Quando certe forze politiche
rivendicano i “lavori socialmente utili” (gratuiti o pagati due euro l'ora) per i
disoccupati italiani e non per i profughi rivelano esattamente qual è la tendenza:
la stessa che produsse i campi di lavoro nella Germania degli anni Trenta.
Ma poi, siamo così sicuri di essere noi i buoni?
Espulsione e integrazione si basano sulla stessa mentalità coloniale. “Già li
accogliamo: che imparino le regole della convivenza, non protestino e dicano
grazie”. Chi protesta viene immediatamente espulso dai progetti della
Provincia, come è successo un po' di mesi fa a nove immigrati “rei” di aver fatto
un blocco del traffico per dire la loro sulla cosiddetta accoglienza.
Se queste donne e questi uomini arrivano qui da noi non è perché noi siamo
buoni, ma perché abbiamo distrutto le loro terre.
Senza interrogarci profondamente sulle cause dell'attuale esodo di massa ‒
che solo in percentuali ridicole tocca l'Europa ‒ metteremo a tacere le nostre
coscienze (e, già che ci siamo, guadagneremo qualche credito), diventando
tutt'al più la ruota di scorta “umanitaria” della macchina capitalista.
Se invece vogliamo scendere dal nostro piedistallo coloniale, cominciamo a
dirci e a dire che siamo complici delle guerre e degli altri disastri fatti in nome
nostro nella misura esatta in cui non facciamo nulla per impedirli.
Da cosa si capisce se cominciamo davvero a mettere in discussione i nostri
miserabili privilegi? Dai grandi risultati immediati? No, dal fatto che smettono
applausi e crediti istituzionali.

abbattere le frontiere


19 ottobre 2016

Como – Comunicato sui fogli di via: “Da qui non ce ne andiamo!”

Riceviamo e pubblichiamo.


DA QUI NON CE NE ANDIAMO!
Tra Frontiere e Repressione
FOGLIO DI VIA – art. 2 del D. Lgs.159/2011
“Qualora le persone indicate nell’articolo precedente siano pericolose per la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità e si trovino fuori dei luoghi di residenza, il questore può rimandarvele con provvedimento motivato e con foglio di via obbligatorio, inibendo loro di ritornare, senza preventiva autorizzazione ovvero per un periodo non superiore a tre anni, nel comune dal quale sono state allontanate. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a sei mesi”.
Dalla seconda metà di Settembre, a seguito di alcuni episodi avvenuti in complicità e solidarietà ai migranti accampati alla stazione di Como San Giovanni, la Questura ha cominciato ad attuare le prime misure repressive nei confronti di alcuni ed alcune solidali, nella fattispecie ad ora sono stati emessi 16 fogli di via dalla città di Como, della durata da 1 a 3 anni.
Gli episodi ai quali la Polizia ha fatto riferimento per emanare queste “misure preventive” sono sostanzialmente tre: Il primo è più isolato, avvenuto in data 20 agosto, quando si diffuse in stazione la voce che il confine italo-svizzero sarebbe stato aperto, con la concomitante distribuzione e compilazione massiccia di un modulino prestampato di richiesta di asilo. Di quell’episodio la Polizia ha attribuito la responsabilità a due solidali svizzero-tedeschi, i quali, sempre secondo la Polizia, aiutarono i migranti nella compilazione di tali moduli. Nei loro confronti son stati emessi i primi due fogli di via; il secondo è legato al 5 settembre, quando alcuni solidali si sono prodigati nel distribuire del cibo ai migranti nel parco della stazione. Questa situazione ha determinato dei momenti di tensione con le Forze dell’Ordine che hanno deciso di impedire con un intervento in forze tale distribuzione e con la conseguente risposta di migranti e solidali per fermare ed ostacolare tale azione di polizia.
Evidentemente l’ autorganizzazione disturba i difensori dell’ordine costituito, che si vedono così togliere terreno da sotto i piedi, dato che con la messa in atto di questa pratica vengono delegittimati gli enti legati allo Stato, in questo caso CRI e Caritas, e si rompono quelle dinamiche di delega e dipendenza che minano la libertà dei migranti; il terzo episodio invece risale a un presidio/volantinaggio del 12 Settembre, mutato poi in un blocco del traffico in via Napoleona durato alcuni minuti, davanti a una sede della ditta Rampinini, azienda tra le tante responsabile della deportazione di questi migranti nei vari Hotspot (centri di identificazione e smistamento) del sud Italia, prevalentemente a Taranto.
Ovviamente per la Questura, chi ha aderito a queste iniziative, è un soggetto socialmente pericoloso. Il suo obbiettivo, caldamente spalleggiato dai giornali locali, è criminalizzare una parte dei solidali, tentando di isolarli e renderli più facilmente colpibili e vulnerabili, affinché la situazione torni (e resti) nella normalità pacificata che tanto si augura. Secondo la stessa logica che giustifica il campo istituzionale e le deportazioni, l’allontanare il conflitto diventa una soluzione.
Quindi, con l’emissione di queste 16 misure preventive, lo Stato con l’appoggio del suo braccio armato, la Questura, innalza l’ennesimo muro, l’ennesimo limite, l’ennesima frontiera. Da una parte pone uomini e donne che non possono muoversi liberamente passando tra una Paese e l’altro della fortezza Europa e dall’altra ci sono individui che non possono sostare in alcune città per una presunta pericolosità sociale, trovandosi così privati di rapporti, luoghi, vissuti.
La pericolosità sopracitata è presunta, in quanto l’emanazione di un foglio di via neanche richiede un’indagine in atto, ma è un provvedimento rilasciato direttamente dal Questore, in maniera spesso arbitraria.
Ciò evidenzia la natura palesemente fascista di questa misura; non a caso, il foglio di via riecheggia nemmeno troppo lontanamente alcune misure del famigerato Codice Rocco, peraltro tutt’ora in uso.
Socialmente pericoloso, quindi potenzialmente violento.
Vorremmo soffermarci un po’ di più su questa parola che tanto fa scalpore.
Violenza.
È violenza frapporsi a un reparto della GDF in assetto antisommossa per garantire la distribuzione di cibo a delle persone che vivono in uno stato di assoluta precarietà, o piuttosto lo sgombero poliziesco di un accampamento manganelli alla mano?
È violenza volantinare contro un’azienda che deporta (e come lei, tante altre) queste persone come fossero dei pacchi postali da schedare e classificare, oppure lo è la deportazione stessa?
È violenza il cercare di instaurare dei rapporti con dei e delle migranti e organizzarsi con loro riunendosi in un’assemblea, o lo è l’istituzione di un campo governativo, dove queste persone vengono stipate, schedate, oggettificate e infantilizzate?
Chiaro, solo per pochi giorni, successivamente verranno ributtati per strada e in breve tempo neanche lì sarà permesso loro di stare.
È violenza un corteo per le strade di Como, una scritta su un muro, un manifesto attacchinato abusivamente, o lo sono le ore passate in questura, l’assidua e sempre più numerosa presenza di poliziotti per le strade o lo sguardo vigile dei luccicanti occhi di vetro della video-sorveglianza?
Inoltre la repressione agisce su vari livelli, a volte più evidenti, altre più sottili.
Basta pensare al fatto che nel centro gestito dalla CRI, i solidali che prima intervenivano a Como San Giovanni, o in altri luoghi della città, per portare un aiuto materiale ai migranti, ora non hanno più la possibilità di farlo se non sottostando alle pretestuose regole, autoritarie e coercitive, che la stessa CRI impone .
Non è forse anche questa una sfumatura più subdola e sottile della repressione?
Da qui la conclusione che la repressione non riguarda solo quegli individui che i giornali tanto amano etichettare come No Borders, ma riguarda tutto quel bacino più ampio ed eterogeneo di persone che hanno portato la loro solidarietà ai e alle migranti in questi ultimi due mesi.
Noi non rispetteremo questa misura, né lasceremo che sia un pezzo di carta a dirci dove possiamo o non possiamo stare!
La solidarietà non si spezza!
Siamo noi a decidere dove e con chi stare, non certo la Questura!
“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”
B. Brecht
Alcun* Bandit* 16/10/2016

02 ottobre 2016

Aggiornamenti da Como.


A Como il tentativo da parte della polizia di mettere i bastoni tra le ruote a chi continua a battersi per la libera circolazione di tutti e tutte prosegue ma non ottiene i risultati sperati.
La repressione non fermerà la solidarietà.

Scrivono da Como:

"Ieri, al termine del presidio contro le deportazioni, 8 compagn* sono stat* fermat* e portat* in Questura.
A 3 di loro è stato notificato l'ennesimo foglio di via.
Ad altri 2 la violazione al foglio di via.
Ad ora, siamo a 13 fogli di via emessi, ma la risposta è sempre la stessa: SIAMO NOI A DECIDERE DOVE E CON CHI STARE E NON CERTO LA QUESTURA!"

L'UNIONE EUROPEA ORDINA E PAGA, ERDOGAN ESEGUE.



"Volantino distribuito sabato 24 settembre a Bolzano, durante il corteo organizzato dalla comunità curda"


Se un uomo prendesse quotidianamente a cinghiate la moglie e un
altro gli fornisse di continuo il denaro per sostituire con cinghie
nuove quelle ormai consunte, cosa direste del secondo?
Che è un complice del primo.
Ecco. È ciò che l'Unione Europea – governo italiano compreso –
sta facendo nei confronti del regime di Erdogan e della repressione
di massa che questi conduce.
Quando la polizia turca spara contro donne, uomini e bambini che
cercano di attraversare la frontiera tra Siria e Turchia per sfuggire
alla guerra, applica alla lettera l'accordo stipulato con l'Unione
Europea per “fermare l'immigrazione irregolare”.
Quando lo Stato turco bombarda i villaggi curdi, imprigiona e
tortura i dissidenti trova da parte dell'Unione Europea un complice
silenzio: l'importante è che non ne risentano i profitti delle imprese
e delle banche occidentali.
Quando in Europa si presenta l'Isis come il male assoluto e poi si
accetta di buon grado che chi lo combatte davvero – le guerrigliere
e i guerriglieri curdi del Rojava – venga massacrato da Erdogan, il
motivo non è misterioso: l'esperimento di autorganizzazione
sociale – e di autodeterminazione femminile – in corso in Kurdistan
preoccupa i capitalisti del mondo intero più dei mercenari del
Califfato.
Se non vogliamo noi stessi scivolare nella retorica della solidarietà
a parole con la resistenza curda, dobbiamo smascherare,
denunciare e attaccare gli interessi di chi sostiene e finanzia il
regime fascista turco qui da noi.
Un esempio particolarmente significativo è quello di Unicredit,
proprietaria del 40,9% della turca Yapi Kredit Bank. L'istituto
milanese è la banca europea che fa i maggiori affari con il governo
di Erdogan. Unicredit-Yapi Kredit Bank raccoglie più del 10% dei
propri profitti miliardari in Turchia.
Ecco chi compra cinghie nuove di zecca per un massacratore di
nome Erdogan.
Spezziamo la collaborazione fra UE e Turchia!
Viva la resistenza curda!
Uniamo le lotte, distruggiamo le frontiere!
compagne e compagni